martedì 4 febbraio 2014

Elezioni europee, Tsipras e il Mediterraneo

di Piero Bevilacqua – "Il manifesto"

La trap­pola in cui si trova inca­strata l’Italia è ormai evi­dente non solo ai tec­nici e ai poli­tici che hanno con­tri­buito a costruirla. Da una parte è vin­co­lata ai ceppi della moneta unica e a una poli­tica di auste­rità per­fino costi­tu­zio­nal­mente impo­sta, dall’altra ha una strada sbar­rata: l’impossibilità di uscire dall’euro e di ritro­vare la pro­pria auto­no­mia mone­ta­ria senza un col­lasso economico-finanziario di impre­ve­di­bili pro­por­zioni. Il nostro Paese, come altri dell’Unione, subi­sce oggi una dop­pia per­dita di sovranità.
Da una parte pati­sce quel che pati­scono tutte le realtà nazio­nali: la cre­scente sot­tra­zione di potere da parte delle nuove feu­da­lità finan­zia­rie inter­na­zio­nali. Come un tempo i baroni insi­dia­vano il potere del re sul ter­ri­to­rio, allo stesso modo grandi ban­che e finanza occulta – « gli ignoti sovrani », come li chiama Guido Rossi — con­di­zio­nano la vita e la poli­tica eco­no­mica dei governi. Ma al tempo stesso noi, come gli altri stati d’Europa, abbiamo per­duto lo stru­mento che da mil­lenni, insieme alla forza mili­tare, fonda la sovra­nità degli stati: la moneta. Ora, qua­lun­que uomo di stato – figura di cui in Ita­lia si è persa trac­cia e temiamo anche la “semenza” — da tempo avrebbe indi­riz­zato i pro­pri sforzi a rac­cor­dare le forze euro­pee inte­res­sate a com­bat­tere la guerra di distru­zione sociale ingag­giata dalla Troika e dalla Ger­ma­nia con­tro l’Unione. I gover­nanti ita­liani avreb­bero dovuto man­te­nere con­tatti feb­brili non solo con la Fran­cia, ma anche con la Spa­gna, con la Gre­cia, con il Por­to­gallo, con l’Irlanda E non solo con i loro governi, anche con i loro popoli, la loro gio­ventù, get­tati nella dispe­ra­zione dalla crisi e dalla poli­tica di auste­rità. Avreb­bero dovuto con­tra­stare una pra­tica auto­ri­ta­ria di governo dell’Unione con la forza e la mobi­li­ta­zione di una parte vasta di popoli che ne fanno parte. Certo, ai poli­tici nostrani que­sta sarebbe apparsa come una ini­zia­tiva popu­li­stica: ci si muove attra­verso le isti­tu­zioni rap­pre­sen­ta­tive, non si mobi­lita il popolo. Ma que­sto popolo, come ricorda Fitoussi nel Teo­rema del lam­pione, vede ormai da troppo tempo la poli­tica eco­no­mica dell’Unione «indi­pen­dente da ogni pro­cesso demo­cra­tico». E si può costruire un grande edi­fi­cio sovra­na­zio­nale senza mobi­li­tare le grandi masse dei vari paesi? In realtà l’Unione sta can­cel­lando la più grande pagina di eman­ci­pa­zione poli­tica della seconda metà del ‘900: l’avvento della demo­cra­zia. Vale a dire la società demo­cra­tica, quella avan­zata forma di vita asso­ciata che nasce dopo la seconda guerra mon­diale. Nasce allora, per­ché quelle pre­ce­denti, a parte fasci­smo e nazi­smo, anche in Usa, erano solo società liberali.
Ma oggi in Ita­lia l’ iner­zia e il vuoto tra­me­stìo da parte delle forze del centro-sinistra e del governo in carica, si com­bi­nano con un atteg­gia­mento atten­di­sta e con una inet­ti­tu­dine di mano­vra che sgo­menta. Si crede di esor­ciz­zare il sisma sociale che va sgre­to­lando il paese annun­ciando riprese pros­sime ven­ture, uscite dai tun­nel, scatti, cre­scita, ecc. con­su­mando 9 mesi per rifor­mare l’Imu: con l’effetto di non cam­biare nulla della pres­sione fiscale, e aggiun­gendo sup­ple­men­tari e fru­stranti dif­fi­coltà al cit­ta­dino con­tri­buente. Un’altra ban­die­rina pub­bli­ci­ta­ria recente è il seme­stre euro­peo dell’Italia, che natu­ral­mente non cam­bierà asso­lu­ta­mente nulla della nostra sorte, come nulla hanno cam­biato i pre­ce­denti seme­stri per i paesi di turno. Pura poli­tica degli annunci, la sola dimen­sione in cui pare essersi rifu­giata la super­stite crea­ti­vità del ceto poli­tico del nostro tempo. Ma nulla auto­rizza svolte e riprese senza un cam­bia­mento radi­cale della poli­tica dell’Unione. Usando pru­den­tis­simi con­di­zio­nali, il Bol­let­tino di gen­naio della Banca d’Italia ricorda impla­ca­bile: «il miglio­ra­mento dell’economia si tra­smet­te­rebbe con i con­sueti ritardi alle con­di­zioni del mer­cato del lavoro:l’occupazione potrebbe tor­nare a espan­dersi solo nel 2015». Il «2015»! «potrebbe»!
Sul piano poli­tico non è chi non veda il grande peri­colo che è davanti a noi. Oggi in Ita­lia, a cri­ti­care in maniera radi­cale e con­vin­cente la poli­tica auto­ri­ta­ria e anti­po­po­lare della Ue è la destra e il movi­mento 5 Stelle. L’irresponsabile “senso di respon­sa­bi­lità” del cen­tro sini­stra sta con­se­gnando alla destra la cri­tica all’austerità, que­sto ter­reno irri­nun­cia­bile per sal­vare il nostro paese e la stessa Unione. Di que­sto passo il governo Letta pre­para le con­di­zione di un suc­cesso elet­to­rale del cen­tro destra dagli esiti imprevedibili.
Di fronte a que­sto sce­na­rio uno spi­ra­glio impor­tante si apre con le pros­sime ele­zioni euro­pee. La can­di­da­tura a pre­si­dente del Par­la­mento di Ale­xis Tsi­pras — cal­deg­giato, su que­sto gior­nale, da molti com­pa­gni e pro­mosso ora da un impor­tante gruppo di intel­let­tuali (il mani­fe­sto, 18 gen­naio) — incarna una scelta poli­tica densa di signi­fi­cati e di oppor­tu­nità. Tsi­pras e non Mar­tin Schulz – degna per­sona – per­ché il lea­der tede­sco è il rap­pre­sen­tante di una par­tito, la Sdp, che ha scam­biato, entrando nel governo di coa­li­zione, i van­taggi nazio­nali per il pro­prio elet­to­rato con l’accettazione della poli­tica di auste­rità soste­nuta dalla Cdu e dalla Mer­kel. Una scelta aper­ta­mente anti­eu­ro­pea, di egoi­smo nazio­na­li­stico simile (non nella gra­vità, ma nella con­dotta poli­tica) a quella del 1914, che portò i socia­li­sti tede­schi ad appog­giare l’entrata in guerra del loro paese. Come oppor­tu­na­mente ricor­dato da Gad Ler­ner (Repub­blica, 4. 1. 2014). Una can­di­da­tura, aggiun­giamo, calata dall’alto, senza nes­suna con­trat­ta­zione, assun­zione di impe­gni, senza nes­sun son­dag­gio dell’opinione del popolo della sinistra.
Ma Tsi­pras merita il nostro appog­gio anche per altre ragioni. Non solo per­chè incarna una cri­tica radi­cale ma costrut­tiva nei con­fronti dell’Unione. Egli è il lea­der di Syriza, un par­tito che ha con­se­guito il 16% dei con­sensi, gra­zie a una paziente poli­tica di tes­si­tura delle disperse forze della sini­stra greca. Syriza è una lezione per tutti noi. Per noi che costi­tuiamo, senza dub­bio, una delle costel­la­zioni politico-intellettuali fra le più varie­gate e crea­tive dell’Occidente, ma non riu­sciamo a soli­di­fi­care la nostra fluida vita­lità in un orga­ni­smo uni­ta­rio e potente. Abbiamo svi­lup­pato sino al paros­si­smo il gusto della distin­zione e della dif­fe­renza e abbiamo per­duto l’intelligenza stra­te­gica che ci con­se­gnava la tra­di­zione comu­ni­sta ita­liana: la ricerca dell ‘unità. La ricom­po­si­zione delle diver­sità e dei con­flitti interni come oriz­zonte impre­scin­di­bile per scon­fig­gere l’avversario.
Qual­cuno ricorda che Gram­sci volle chia­mare Unità il gior­nale del suo par­tito? Ma c’è un’ altra ragione, di grande por­tata, da aggiun­gere alle tante che nelle ultime set­ti­mane sono state espresse, per la quale dob­biamo soste­nere Tsi­pras. Anche la cam­pa­gna elet­to­rale in suo favore deve essere un primo passo per ripren­dere il dia­logo tra l’Europa e i paesi che si affac­ciano sul Medi­ter­ra­neo. Oggi il Mare Nostrum, il cuore di una delle più fio­renti civiltà della sto­ria, è diven­tato per que­sta “Europa caro­lin­gia” un foco­laio di disor­dine migra­to­rio, un pro­blema di poli­zia fron­ta­liera. Eppure, già dalla metà degli anni ‘8o del secolo pas­sato, Fran­cia e Spa­gna ave­vano avviato una timida poli­tica di coo­pe­ra­zione con alcuni paesi africani.
Le ini­zia­tive sono cul­mi­nate nel 1995, dando corso al cosid­detto “pro­cesso di Bar­cel­lona”, che pur con molti limiti e par­zia­lità, avviava un nuovo pro­ta­go­ni­smo medi­ter­ra­neo dell’Europa. Tutto pare finito. Oggi il mondo arabo viene per­ce­pito dall’opinione pub­blica occi­den­tale come una fucina ingo­ver­na­bile di fon­da­men­ta­li­smi. Si inter­pre­tano i suoi estre­mi­smi come la sem­plice evo­lu­zione di una reli­gione intol­le­rante al cospetto della moder­nità. In realtà essi costi­tui­scono in gran parte la rea­zione irra­zio­nale e distrut­tiva alla vio­lenza mul­ti­forme dell’Occidente. Alla oltrag­giosa mer­ci­fi­ca­zione della vita dei suoi modelli cul­tu­rali, oltre che e ai vec­chi e nuovi soprusi colo­niali. Oggi l’Europa medi­ter­ra­nea deve ela­bo­rare la sua verità sto­rica. Non pos­siamo con­ti­nuare ad asse­con­dare la vul­gata ame­ri­cana sul Medio­riente. Non pos­siamo dimen­ti­care che lo stato di Israele ha vio­lato le riso­lu­zioni del Con­si­glio di sicu­rezza dell’Onu per oltre 70 volte , togliendo pre­sti­gio e legit­ti­mità a que­sto orga­ni­smo, creando uno stato di ille­ga­lità per­ma­nente nelle rela­zioni inter­na­zio­nali del nostro tempo. Non pos­siamo sor­vo­lare sulla diso­ne­stà siste­mica dei governi Usa, che per 60 anni hanno tenuto in piedi fan­tocci dit­ta­to­riali utili alla diplo­ma­zia impe­riale ed “espor­tato demo­cra­zia”, quando è sem­brato con­ve­niente, con i bom­bar­da­menti aerei e il mas­sa­cro delle popo­la­zioni. Non è pos­si­bile pen­sare che tale poli­tica non crei rea­zioni vio­lente, rin­fo­co­lando divi­sioni interne, riva­lità etni­che, ter­ro­ri­smo. Non è pos­si­bile dia­lo­gare con popoli tenuti per secoli sotto lo scar­pone colo­niale con i vec­chi schemi novecenteschi.
Oggi dob­biamo ela­bo­rare un nuovo dia­logo con que­sti paesi, di coo­pe­ra­zione pari­ta­ria, di aiuti, di crea­zione di con­di­zioni di benes­sere. L’evoluzione di un grande con­ti­nente, l’Africa, che peserà sul destino dell’Europa, dipende anche dalle nostre scelte. Per­ciò la sini­stra che guarda al Medi­ter­ra­neo può essere por­ta­trice di nuovi ed esal­tanti oriz­zonti di poli­tica estera. Per que­sta via essa può ren­dere evi­dente sino al ridi­colo la pochezza dei tec­no­crati che ci gover­nano, mostrare che l’avvenire del Con­ti­nente è finita in mano ai sacer­doti di un culto defunto.

venerdì 31 gennaio 2014

Il lavoro da fare


[...] Per tutti noi che abbiamo ade­rito e per quelli che ade­ri­ranno a que­sto pro­getto le cose comin­ciano dun­que ora. È asso­lu­ta­mente neces­sa­rio orga­niz­zarci al più pre­sto, per­ché il tempo stringe e le cose da fare sono tan­tis­sime. [...]

Domani su Il Manifesto

mercoledì 29 gennaio 2014

Tsipras, nella crisi l’occasione di una svolta


Elezioni europee. Tutti i limiti da superare, di Loris Caruso (Il Manifesto)

Quello che sta suc­ce­dendo attorno all’idea di costruire una lista Tsi­pras per le ele­zioni euro­pee è impor­tante e per certi versi ine­dito. Per la prima volta da molti anni c’è in Ita­lia un pro­getto che potrebbe aggre­gare sog­getti e orga­niz­za­zioni spesso con­flit­tuali tra loro, tra­scen­dendo la tra­di­zio­nale area di rife­ri­mento della sini­stra radi­cale di par­tito. Si va, tra pro­mo­tori e inte­res­sati, dalla sini­stra radi­cale (Rifon­da­zione e Alba) a un’area tra­di­zio­nal­mente più vicina al cen­tro­si­ni­stra (Bar­bara Spi­nelli), a orga­niz­za­zioni di movi­mento soli­ta­mente avverse ai mec­ca­ni­smi della rap­pre­sen­tanza (Negri e Mez­za­dra, Glo­bal­pro­ject), agli intel­let­tuali di cui il mani­fe­sto ha pub­bli­cato l’appello. La rile­vanza che l’iniziativa può assu­mere, vista anche la fase di tran­si­zione del sistema poli­tico ita­liano, è ulte­rior­mente testi­mo­niata dall’esito del con­gresso di Sel, che si avvi­cina all’ipotesi Tsi­pras soprat­tutto su pres­sione della pro­pria base.La novità è quindi impor­tante.

martedì 23 ottobre 2012

Andare oltre l’esistente, per una nuova costituente anticapitalista

Andare oltre l’esistente, per una nuova costituente dei comunisti e degli anticapitalisti.
G. Fresu

"Occorre andare oltre i nostri partiti e la stessa federazione, azzerare tutti gli organismi dirigenti, per dar corso a una nuova costituente dei comunisti e degli anticapitalisti nel nostro Paese: non si tratta solo di rimettere in moto, con l’entusiasmo e il senso di appartenenza, un ingranaggio inceppatosi, occorre con coraggio costruirne uno nuovo perché quello attuale è oramai inadeguato."

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venerdì 22 giugno 2012

La lezione di Syriza

Da controlacrisi.org del 22/06/2012

Il risultato delle elezioni greche segna una svolta nella situazione europea. Per la prima volta dopo la vittoria del neoliberismo, dopo gli anni ’80, una forza di sinistra, dichiaratamente antiliberista e anticapitalista, raggiunge una percentuale del 27%. Lo fa in nome di un’altra Europa, di una Europa democratica basata sui diritti sociali e civili, dove il rovesciamento delle attuali politiche europee non è finalizzato ad un nuovo nazionalismo ma ad una Europa dei popoli e dei lavoratori. Dopo tante chiacchiere sull’importanza dei partiti socialisti, il punto vero, sul piano politico, lo sta ponendo Syriza in Grecia, cioè l’anello più debole della catena. Ed il punto è semplice: visto il palese fallimento delle politiche recessive basate sulla distruzione del welfare e dei diritti dei lavoratori, è sufficiente oggi per uscire dalla crisi affiancare a queste politiche un po’ di investimenti come chiedono i socialisti? E’ del tutto evidente che la risposta è no, mille volte no. Non solo perché il Fiscal Compact condannerebbe l’Europa ad una recessione senza fine, ma perché la crisi – innescata dalla speculazione – ha le sue radici in una ingiusta distribuzione del reddito e nei meccanismi di fondo di funzionamento della globalizzazione e dell’Unione Europea. Se non si mette mano alle questione di fondo, semplicemente dalla crisi non si esce. Per questo la Grecia è importante, perché Syriza (che fa parte del Partito della Sinistra Europea come Rifondazione Comunista, il Front de Gauche, Izquierda Unida, la Linke) ha posto i nodi di fondo che l’Europa deve affrontare. Dicendosi indisponibile ad accettare il memorandum che sta demolendo l’economia greca, ha posto la questione centrale per il nostro futuro ed ha su questo raccolto il 27% dei consensi. Va anche sottolineato che Syriza è il primo partito in tutte le città e tra le persone con meno di 55 anni. Nuova Democrazia ha vinto grazie al voto dei contadini e dei centri rurali dove la crisi ha meno sconvolto i legami sociali e anche il tenore di vita. Dove i legami sociali e le clientele passate hanno continuato ad agire anche oggi. Il voto di Nuova Democrazia è quindi il rimasuglio di cosa c’era prima mentre il voto a Syriza è il voto sull’oggi, sulla nuova situazione determinatasi con la crisi. Quello che abbiamo davanti non è quindi un risultato definitivo ma solo la prima tappa di un percorso di cambiamento. Voglio sottolineare che il risultato di Syriza non era iscritto nella situazione oggettiva, non era un fatto dovuto. Fino a poco prima delle elezioni Syriza era data a percentuali attorno al 6-7% e la parte del leone nei sondaggi la faceva Sinistra Democratica, una formazione nata pochi anni fa da una scissione da destra di Syriza – su motivazioni del tutto analoghe a quelle della scissione che abbiamo subito come Rifondazione tre anni fa – che proponeva l’alleanza con il Pasok. Le elezioni hanno ribaltato questo risultato e poi Syriza è arrivata addirittura al 27%. Questo è stato possibile perché il suo gruppo dirigente, a partire da Alexis Tsipras, ha tenuto ferma la rotta, non ha accettato di andare al governo dopo le prime elezioni e ha riportato il paese alle elezioni. Syriza non ha avuto paura delle minacce. Syriza non ha avuto paura di mettere in gioco il suo 16% che aveva conquistato nelle prime elezioni: Syriza è andata fino in fondo come si confà ad un gruppo dirigente di rivoluzionari e non di quaquaraquà. Tanto di cappello a Syriza e al suo gruppo dirigente. Il messaggio che ci viene dalla Grecia è quindi un messaggio di speranza perché ci parla della possibilità di ricostruire una sinistra vera e di massa a partire dalla lotta alle politiche neoliberiste. Ci parla della possibilità di rovesciare le politiche europee. Sarebbe infatti sbagliato pensare che la vicenda greca sia chiusa con queste elezioni. Oggi, in virtù di una legge elettorale maggioritaria Nuova Democrazia può formare il governo ma non si tratta certo di una situazione stabilizzata. Tra qualche mese, quando sarà chiaro che la situazione è destinata a peggiorare, tutto si rimetterà in movimento. Anche perché la Merkel ha già pensato bene di spiegare a tutti che non farà sconti al governo greco. Come abbiamo visto nel caso spagnolo, questi delinquenti che governano l’Europa sono disponibili a mettere risorse (100 miliardi) per salvare le banche, ma non sono disponibili a permettere alla Bce di salvare gli stati, cioè i popoli. Le banche vengono salvate, le famiglie no. La situazione greca è quindi tutt’altro che stabilizzata e nei prossimi mesi Syriza è nelle condizioni di costruire – da sinistra – una opposizione sociale, politica e culturale alle politiche europee, ponendo le condizioni per un deciso cambio di marcia. In altre parole la Grecia ci dice che è possibile anche in Europa avviare un percorso come quello imboccato negli ultimi decenni dall’America Latina, in cui le politiche neoliberiste sono state sconfitte e con esse buona parte delle forze politiche che le proponevano. Il punto è di non lasciare isolata la sinistra greca. La Grecia da sola non può cambiare l’Europa, serve il contributo di tutti, a partire dal nostro. Per questo è necessario costruire anche negli altri paesi europei una sinistra antiliberista che abbia due caratteristiche fondamentali. In primo luogo di essere molto netta nelle posizioni contro le politiche di austerità europee. Non si tratta di fare qualche emendamento – come propongono il Pd e i partiti socialisti – ma di rovesciare radicalmente l’impostazione economica e sociale dei governi europei. Occorre demolire la speculazione, ridistribuire reddito, costruire un intervento pubblico in economia finalizzato alla riconversione ambientale e sociale dell’economia, ridurre l’orario di lavoro. Si tratta di costruire una sinistra che individuando chiaramente l’avversario da battere nella finanza e nelle multinazionali, riesca a raccogliere i disoccupati, i pensionati, i lavoratori e le lavoratrici, gli artigiani, i commercianti, i piccoli imprenditori. Si tratta cioè di fare una sinistra che individui chiaramente l’avversario nel 10% di ricchi e di potenti e operi per aggregare su una piattaforma anticapitalista il restante 90%. Come dicevamo a Genova: voi G8, noi 6 miliardi! Noi ci poniamo l’obiettivo di aggregare la maggioranza della popolazione. Per aggregare oggi la maggioranza della popolazione occorre non solo essere autonomi dal Pd ma occorre avere un progetto politico chiaramente alternativo al socialiberismo che caratterizza i partiti dell’Internazionale socialista. Occorre tradurre in un programma di governo, di alternativa, la nostra impostazione anticapitalista. In secondo luogo si tratta di fare una sinistra che superi i confini delle attuali organizzazioni politiche. Per questo penso che il nostro compito sia quello di costruire una Syriza italiana, di dar vita ad un processo di aggregazione paritario tra tutti coloro che ritengono necessario costruire questo polo di sinistra, autonomo dal Pd e dal centro sinistra. Oggi entrare in Rifondazione Comunista o nella Federazione della Sinistra è considerato un passo molto impegnativo, come scalare un muro. La maggioranza dei compagni e delle compagne di sinistra, che lavorano nei sindacati, nei comitati, nelle associazioni, non sono iscritti a nessun partito di sinistra. Occorre dar vita ad una aggregazione politica di tipo federato, partecipato, democratico, che permetta di coinvolgere le centinaia di migliaia di compagni e compagne che oggi non sono iscritti a nessun partito. Occorre abbattere il muro della separatezza tra chi è impegnato in un partito e chi no: noi non dobbiamo edificare un castello ma dobbiamo costruire un villaggio, uno spazio pubblico di sinistra che permetta la partecipazione e il protagonismo popolare. Che permetta di fare come in America Latina. Perché oggi, nel fallimento del capitalismo, non c’è tempo da perdere, l’alternativa è tra socialismo o barbarie.

domenica 10 luglio 2011

Salviamo il "Che"!

SALVIAMO IL CHE GUEVARA

Care compagne e cari compagni, care amiche e cari amici, è con grande fatica e pena che vi scrivo perché il Che Guevara di Roma rischia la chiusura definitiva. Dirigo questa storica sezione da diversi anni e, purtroppo, non siamo mai riusciti a sanare il debito che ci lasciarono i compagni del PCI al momento della “svolta” della Bolognina (non si pagava l’affitto già dall’88). Più volte abbiamo messo le mani ai nostri portafogli ma non siamo mai riusciti a chiudere la vicenda. Il 22 giugno u.s. ci è stato comunicato che avevamo 15 giorni di tempo per racimolare 16mila euro e riaprire la trattativa. Il Che Guevara in questi anni è cresciuto molto e ha avviato un sacco di attività e sarebbe davvero un peccato mortale perdere e disperdere questo patrimonio. La biblioteca popolare, i corsi gratuiti di italiano per stranieri (da quest’anno siamo la prima, e per ora unica, sezione di partito in cui si svolgono gli esami di italiano propedeutici al rilascio del permesso di soggiorno), il pane e la pasta a prezzi popolari, i corsi di formazione politica, le partite della Roma gratuite e su grande schermo, il mercatino dei libri usati scolastici, lo sportello casa e lo sportello legale, il laboratorio d’informatica; e poi, i dibattiti in sezione, l’incrollabile sostegno a Liberazione (tutti i venerdì e sabato a distribuirla nei mercati, oltre 20 abbonamenti regalati, la diffusione militante nelle manifestazioni), l’attività di propaganda presso le fabbriche di Santa Palomba (a 30 Km da noi, la Johnson & Johnson, la Fiorucci e la Procter & Gamble) e presso i mercati generali di Roma, la festa delle donne presso il Parco Maria Losaria Lopez, la festa antifascista presso Piazza Caduti della Montagnola, la festa di Liberazione (di 10 giorni) che organizziamo ogni due anni presso il Parco del Caravaggio, il nostro sito www.prcguevara.net (ricchissimo di materiali). Insomma veramente un patrimonio a disposizione del quartiere e non solo. Ed è per questo, per non perderlo, che lanciamo questa campagna straordinaria di sottoscrizione chiedendo a tutt* voi un contributo libero, in base alle vostre possibilità, versandolo sul nostro conto corrente bancario intestato a:

Partito della Rifondazione Comunista – Circolo Che Guevara
IBAN IT03K0306905102071842300198
causale: Salviamo il “Che”
Luca Fontana – Segretario circolo Che Guevara del PRC di Roma

http://www.prcguevara.net/