di Piero Bevilacqua – "Il manifesto"
La trappola in cui si trova incastrata l’Italia è ormai evidente non solo ai tecnici e ai politici che hanno contribuito a costruirla. Da una parte è vincolata ai ceppi della moneta unica e a una politica di austerità perfino costituzionalmente imposta, dall’altra ha una strada sbarrata: l’impossibilità di uscire dall’euro e di ritrovare la propria autonomia monetaria senza un collasso economico-finanziario di imprevedibili proporzioni. Il nostro Paese, come altri dell’Unione, subisce oggi una doppia perdita di sovranità.
Da una parte patisce quel che patiscono tutte le realtà nazionali: la crescente sottrazione di potere da parte delle nuove feudalità finanziarie internazionali. Come un tempo i baroni insidiavano il potere del re sul territorio, allo stesso modo grandi banche e finanza occulta – « gli ignoti sovrani », come li chiama Guido Rossi — condizionano la vita e la politica economica dei governi. Ma al tempo stesso noi, come gli altri stati d’Europa, abbiamo perduto lo strumento che da millenni, insieme alla forza militare, fonda la sovranità degli stati: la moneta. Ora, qualunque uomo di stato – figura di cui in Italia si è persa traccia e temiamo anche la “semenza” — da tempo avrebbe indirizzato i propri sforzi a raccordare le forze europee interessate a combattere la guerra di distruzione sociale ingaggiata dalla Troika e dalla Germania contro l’Unione. I governanti italiani avrebbero dovuto mantenere contatti febbrili non solo con la Francia, ma anche con la Spagna, con la Grecia, con il Portogallo, con l’Irlanda E non solo con i loro governi, anche con i loro popoli, la loro gioventù, gettati nella disperazione dalla crisi e dalla politica di austerità. Avrebbero dovuto contrastare una pratica autoritaria di governo dell’Unione con la forza e la mobilitazione di una parte vasta di popoli che ne fanno parte. Certo, ai politici nostrani questa sarebbe apparsa come una iniziativa populistica: ci si muove attraverso le istituzioni rappresentative, non si mobilita il popolo. Ma questo popolo, come ricorda Fitoussi nel Teorema del lampione, vede ormai da troppo tempo la politica economica dell’Unione «indipendente da ogni processo democratico». E si può costruire un grande edificio sovranazionale senza mobilitare le grandi masse dei vari paesi? In realtà l’Unione sta cancellando la più grande pagina di emancipazione politica della seconda metà del ‘900: l’avvento della democrazia. Vale a dire la società democratica, quella avanzata forma di vita associata che nasce dopo la seconda guerra mondiale. Nasce allora, perché quelle precedenti, a parte fascismo e nazismo, anche in Usa, erano solo società liberali.
Ma oggi in Italia l’ inerzia e il vuoto tramestìo da parte delle forze del centro-sinistra e del governo in carica, si combinano con un atteggiamento attendista e con una inettitudine di manovra che sgomenta. Si crede di esorcizzare il sisma sociale che va sgretolando il paese annunciando riprese prossime venture, uscite dai tunnel, scatti, crescita, ecc. consumando 9 mesi per riformare l’Imu: con l’effetto di non cambiare nulla della pressione fiscale, e aggiungendo supplementari e frustranti difficoltà al cittadino contribuente. Un’altra bandierina pubblicitaria recente è il semestre europeo dell’Italia, che naturalmente non cambierà assolutamente nulla della nostra sorte, come nulla hanno cambiato i precedenti semestri per i paesi di turno. Pura politica degli annunci, la sola dimensione in cui pare essersi rifugiata la superstite creatività del ceto politico del nostro tempo. Ma nulla autorizza svolte e riprese senza un cambiamento radicale della politica dell’Unione. Usando prudentissimi condizionali, il Bollettino di gennaio della Banca d’Italia ricorda implacabile: «il miglioramento dell’economia si trasmetterebbe con i consueti ritardi alle condizioni del mercato del lavoro:l’occupazione potrebbe tornare a espandersi solo nel 2015». Il «2015»! «potrebbe»!
Sul piano politico non è chi non veda il grande pericolo che è davanti a noi. Oggi in Italia, a criticare in maniera radicale e convincente la politica autoritaria e antipopolare della Ue è la destra e il movimento 5 Stelle. L’irresponsabile “senso di responsabilità” del centro sinistra sta consegnando alla destra la critica all’austerità, questo terreno irrinunciabile per salvare il nostro paese e la stessa Unione. Di questo passo il governo Letta prepara le condizione di un successo elettorale del centro destra dagli esiti imprevedibili.
Di fronte a questo scenario uno spiraglio importante si apre con le prossime elezioni europee. La candidatura a presidente del Parlamento di Alexis Tsipras — caldeggiato, su questo giornale, da molti compagni e promosso ora da un importante gruppo di intellettuali (il manifesto, 18 gennaio) — incarna una scelta politica densa di significati e di opportunità. Tsipras e non Martin Schulz – degna persona – perché il leader tedesco è il rappresentante di una partito, la Sdp, che ha scambiato, entrando nel governo di coalizione, i vantaggi nazionali per il proprio elettorato con l’accettazione della politica di austerità sostenuta dalla Cdu e dalla Merkel. Una scelta apertamente antieuropea, di egoismo nazionalistico simile (non nella gravità, ma nella condotta politica) a quella del 1914, che portò i socialisti tedeschi ad appoggiare l’entrata in guerra del loro paese. Come opportunamente ricordato da Gad Lerner (Repubblica, 4. 1. 2014). Una candidatura, aggiungiamo, calata dall’alto, senza nessuna contrattazione, assunzione di impegni, senza nessun sondaggio dell’opinione del popolo della sinistra.
Ma Tsipras merita il nostro appoggio anche per altre ragioni. Non solo perchè incarna una critica radicale ma costruttiva nei confronti dell’Unione. Egli è il leader di Syriza, un partito che ha conseguito il 16% dei consensi, grazie a una paziente politica di tessitura delle disperse forze della sinistra greca. Syriza è una lezione per tutti noi. Per noi che costituiamo, senza dubbio, una delle costellazioni politico-intellettuali fra le più variegate e creative dell’Occidente, ma non riusciamo a solidificare la nostra fluida vitalità in un organismo unitario e potente. Abbiamo sviluppato sino al parossismo il gusto della distinzione e della differenza e abbiamo perduto l’intelligenza strategica che ci consegnava la tradizione comunista italiana: la ricerca dell ‘unità. La ricomposizione delle diversità e dei conflitti interni come orizzonte imprescindibile per sconfiggere l’avversario.
Qualcuno ricorda che Gramsci volle chiamare Unità il giornale del suo partito? Ma c’è un’ altra ragione, di grande portata, da aggiungere alle tante che nelle ultime settimane sono state espresse, per la quale dobbiamo sostenere Tsipras. Anche la campagna elettorale in suo favore deve essere un primo passo per riprendere il dialogo tra l’Europa e i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Oggi il Mare Nostrum, il cuore di una delle più fiorenti civiltà della storia, è diventato per questa “Europa carolingia” un focolaio di disordine migratorio, un problema di polizia frontaliera. Eppure, già dalla metà degli anni ‘8o del secolo passato, Francia e Spagna avevano avviato una timida politica di cooperazione con alcuni paesi africani.
Le iniziative sono culminate nel 1995, dando corso al cosiddetto “processo di Barcellona”, che pur con molti limiti e parzialità, avviava un nuovo protagonismo mediterraneo dell’Europa. Tutto pare finito. Oggi il mondo arabo viene percepito dall’opinione pubblica occidentale come una fucina ingovernabile di fondamentalismi. Si interpretano i suoi estremismi come la semplice evoluzione di una religione intollerante al cospetto della modernità. In realtà essi costituiscono in gran parte la reazione irrazionale e distruttiva alla violenza multiforme dell’Occidente. Alla oltraggiosa mercificazione della vita dei suoi modelli culturali, oltre che e ai vecchi e nuovi soprusi coloniali. Oggi l’Europa mediterranea deve elaborare la sua verità storica. Non possiamo continuare ad assecondare la vulgata americana sul Medioriente. Non possiamo dimenticare che lo stato di Israele ha violato le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu per oltre 70 volte , togliendo prestigio e legittimità a questo organismo, creando uno stato di illegalità permanente nelle relazioni internazionali del nostro tempo. Non possiamo sorvolare sulla disonestà sistemica dei governi Usa, che per 60 anni hanno tenuto in piedi fantocci dittatoriali utili alla diplomazia imperiale ed “esportato democrazia”, quando è sembrato conveniente, con i bombardamenti aerei e il massacro delle popolazioni. Non è possibile pensare che tale politica non crei reazioni violente, rinfocolando divisioni interne, rivalità etniche, terrorismo. Non è possibile dialogare con popoli tenuti per secoli sotto lo scarpone coloniale con i vecchi schemi novecenteschi.
Oggi dobbiamo elaborare un nuovo dialogo con questi paesi, di cooperazione paritaria, di aiuti, di creazione di condizioni di benessere. L’evoluzione di un grande continente, l’Africa, che peserà sul destino dell’Europa, dipende anche dalle nostre scelte. Perciò la sinistra che guarda al Mediterraneo può essere portatrice di nuovi ed esaltanti orizzonti di politica estera. Per questa via essa può rendere evidente sino al ridicolo la pochezza dei tecnocrati che ci governano, mostrare che l’avvenire del Continente è finita in mano ai sacerdoti di un culto defunto.
martedì 4 febbraio 2014
venerdì 31 gennaio 2014
Il lavoro da fare
[...] Per tutti noi che abbiamo aderito e per quelli che aderiranno a questo progetto le cose cominciano dunque ora. È assolutamente necessario organizzarci al più presto, perché il tempo stringe e le cose da fare sono tantissime. [...]
Domani su Il Manifesto
mercoledì 29 gennaio 2014
Tsipras, nella crisi l’occasione di una svolta
Quello che sta succedendo attorno all’idea di costruire una lista Tsipras per le elezioni europee è importante e per certi versi inedito. Per la prima volta da molti anni c’è in Italia un progetto che potrebbe aggregare soggetti e organizzazioni spesso conflittuali tra loro, trascendendo la tradizionale area di riferimento della sinistra radicale di partito. Si va, tra promotori e interessati, dalla sinistra radicale (Rifondazione e Alba) a un’area tradizionalmente più vicina al centrosinistra (Barbara Spinelli), a organizzazioni di movimento solitamente avverse ai meccanismi della rappresentanza (Negri e Mezzadra, Globalproject), agli intellettuali di cui il manifesto ha pubblicato l’appello. La rilevanza che l’iniziativa può assumere, vista anche la fase di transizione del sistema politico italiano, è ulteriormente testimoniata dall’esito del congresso di Sel, che si avvicina all’ipotesi Tsipras soprattutto su pressione della propria base.La novità è quindi importante.
martedì 23 ottobre 2012
Andare oltre l’esistente, per una nuova costituente anticapitalista
Andare oltre l’esistente, per una nuova costituente dei comunisti e degli anticapitalisti.
G. Fresu
"Occorre andare oltre i nostri partiti e la stessa federazione, azzerare tutti gli organismi dirigenti, per dar corso a una nuova costituente dei comunisti e degli anticapitalisti nel nostro Paese: non si tratta solo di rimettere in moto, con l’entusiasmo e il senso di appartenenza, un ingranaggio inceppatosi, occorre con coraggio costruirne uno nuovo perché quello attuale è oramai inadeguato."
Leggi la versione integrale del contributo >>
G. Fresu
"Occorre andare oltre i nostri partiti e la stessa federazione, azzerare tutti gli organismi dirigenti, per dar corso a una nuova costituente dei comunisti e degli anticapitalisti nel nostro Paese: non si tratta solo di rimettere in moto, con l’entusiasmo e il senso di appartenenza, un ingranaggio inceppatosi, occorre con coraggio costruirne uno nuovo perché quello attuale è oramai inadeguato."
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domenica 2 settembre 2012
venerdì 22 giugno 2012
La lezione di Syriza
Da controlacrisi.org del 22/06/2012
Il risultato delle elezioni greche segna una svolta nella situazione europea. Per la prima volta dopo la vittoria del neoliberismo, dopo gli anni ’80, una forza di sinistra, dichiaratamente antiliberista e anticapitalista, raggiunge una percentuale del 27%. Lo fa in nome di un’altra Europa, di una Europa democratica basata sui diritti sociali e civili, dove il rovesciamento delle attuali politiche europee non è finalizzato ad un nuovo nazionalismo ma ad una Europa dei popoli e dei lavoratori. Dopo tante chiacchiere sull’importanza dei partiti socialisti, il punto vero, sul piano politico, lo sta ponendo Syriza in Grecia, cioè l’anello più debole della catena. Ed il punto è semplice: visto il palese fallimento delle politiche recessive basate sulla distruzione del welfare e dei diritti dei lavoratori, è sufficiente oggi per uscire dalla crisi affiancare a queste politiche un po’ di investimenti come chiedono i socialisti? E’ del tutto evidente che la risposta è no, mille volte no. Non solo perché il Fiscal Compact condannerebbe l’Europa ad una recessione senza fine, ma perché la crisi – innescata dalla speculazione – ha le sue radici in una ingiusta distribuzione del reddito e nei meccanismi di fondo di funzionamento della globalizzazione e dell’Unione Europea. Se non si mette mano alle questione di fondo, semplicemente dalla crisi non si esce. Per questo la Grecia è importante, perché Syriza (che fa parte del Partito della Sinistra Europea come Rifondazione Comunista, il Front de Gauche, Izquierda Unida, la Linke) ha posto i nodi di fondo che l’Europa deve affrontare. Dicendosi indisponibile ad accettare il memorandum che sta demolendo l’economia greca, ha posto la questione centrale per il nostro futuro ed ha su questo raccolto il 27% dei consensi. Va anche sottolineato che Syriza è il primo partito in tutte le città e tra le persone con meno di 55 anni. Nuova Democrazia ha vinto grazie al voto dei contadini e dei centri rurali dove la crisi ha meno sconvolto i legami sociali e anche il tenore di vita. Dove i legami sociali e le clientele passate hanno continuato ad agire anche oggi. Il voto di Nuova Democrazia è quindi il rimasuglio di cosa c’era prima mentre il voto a Syriza è il voto sull’oggi, sulla nuova situazione determinatasi con la crisi. Quello che abbiamo davanti non è quindi un risultato definitivo ma solo la prima tappa di un percorso di cambiamento. Voglio sottolineare che il risultato di Syriza non era iscritto nella situazione oggettiva, non era un fatto dovuto. Fino a poco prima delle elezioni Syriza era data a percentuali attorno al 6-7% e la parte del leone nei sondaggi la faceva Sinistra Democratica, una formazione nata pochi anni fa da una scissione da destra di Syriza – su motivazioni del tutto analoghe a quelle della scissione che abbiamo subito come Rifondazione tre anni fa – che proponeva l’alleanza con il Pasok. Le elezioni hanno ribaltato questo risultato e poi Syriza è arrivata addirittura al 27%. Questo è stato possibile perché il suo gruppo dirigente, a partire da Alexis Tsipras, ha tenuto ferma la rotta, non ha accettato di andare al governo dopo le prime elezioni e ha riportato il paese alle elezioni. Syriza non ha avuto paura delle minacce. Syriza non ha avuto paura di mettere in gioco il suo 16% che aveva conquistato nelle prime elezioni: Syriza è andata fino in fondo come si confà ad un gruppo dirigente di rivoluzionari e non di quaquaraquà. Tanto di cappello a Syriza e al suo gruppo dirigente. Il messaggio che ci viene dalla Grecia è quindi un messaggio di speranza perché ci parla della possibilità di ricostruire una sinistra vera e di massa a partire dalla lotta alle politiche neoliberiste. Ci parla della possibilità di rovesciare le politiche europee. Sarebbe infatti sbagliato pensare che la vicenda greca sia chiusa con queste elezioni. Oggi, in virtù di una legge elettorale maggioritaria Nuova Democrazia può formare il governo ma non si tratta certo di una situazione stabilizzata. Tra qualche mese, quando sarà chiaro che la situazione è destinata a peggiorare, tutto si rimetterà in movimento. Anche perché la Merkel ha già pensato bene di spiegare a tutti che non farà sconti al governo greco. Come abbiamo visto nel caso spagnolo, questi delinquenti che governano l’Europa sono disponibili a mettere risorse (100 miliardi) per salvare le banche, ma non sono disponibili a permettere alla Bce di salvare gli stati, cioè i popoli. Le banche vengono salvate, le famiglie no. La situazione greca è quindi tutt’altro che stabilizzata e nei prossimi mesi Syriza è nelle condizioni di costruire – da sinistra – una opposizione sociale, politica e culturale alle politiche europee, ponendo le condizioni per un deciso cambio di marcia. In altre parole la Grecia ci dice che è possibile anche in Europa avviare un percorso come quello imboccato negli ultimi decenni dall’America Latina, in cui le politiche neoliberiste sono state sconfitte e con esse buona parte delle forze politiche che le proponevano. Il punto è di non lasciare isolata la sinistra greca. La Grecia da sola non può cambiare l’Europa, serve il contributo di tutti, a partire dal nostro. Per questo è necessario costruire anche negli altri paesi europei una sinistra antiliberista che abbia due caratteristiche fondamentali. In primo luogo di essere molto netta nelle posizioni contro le politiche di austerità europee. Non si tratta di fare qualche emendamento – come propongono il Pd e i partiti socialisti – ma di rovesciare radicalmente l’impostazione economica e sociale dei governi europei. Occorre demolire la speculazione, ridistribuire reddito, costruire un intervento pubblico in economia finalizzato alla riconversione ambientale e sociale dell’economia, ridurre l’orario di lavoro. Si tratta di costruire una sinistra che individuando chiaramente l’avversario da battere nella finanza e nelle multinazionali, riesca a raccogliere i disoccupati, i pensionati, i lavoratori e le lavoratrici, gli artigiani, i commercianti, i piccoli imprenditori. Si tratta cioè di fare una sinistra che individui chiaramente l’avversario nel 10% di ricchi e di potenti e operi per aggregare su una piattaforma anticapitalista il restante 90%. Come dicevamo a Genova: voi G8, noi 6 miliardi! Noi ci poniamo l’obiettivo di aggregare la maggioranza della popolazione. Per aggregare oggi la maggioranza della popolazione occorre non solo essere autonomi dal Pd ma occorre avere un progetto politico chiaramente alternativo al socialiberismo che caratterizza i partiti dell’Internazionale socialista. Occorre tradurre in un programma di governo, di alternativa, la nostra impostazione anticapitalista. In secondo luogo si tratta di fare una sinistra che superi i confini delle attuali organizzazioni politiche. Per questo penso che il nostro compito sia quello di costruire una Syriza italiana, di dar vita ad un processo di aggregazione paritario tra tutti coloro che ritengono necessario costruire questo polo di sinistra, autonomo dal Pd e dal centro sinistra. Oggi entrare in Rifondazione Comunista o nella Federazione della Sinistra è considerato un passo molto impegnativo, come scalare un muro. La maggioranza dei compagni e delle compagne di sinistra, che lavorano nei sindacati, nei comitati, nelle associazioni, non sono iscritti a nessun partito di sinistra. Occorre dar vita ad una aggregazione politica di tipo federato, partecipato, democratico, che permetta di coinvolgere le centinaia di migliaia di compagni e compagne che oggi non sono iscritti a nessun partito. Occorre abbattere il muro della separatezza tra chi è impegnato in un partito e chi no: noi non dobbiamo edificare un castello ma dobbiamo costruire un villaggio, uno spazio pubblico di sinistra che permetta la partecipazione e il protagonismo popolare. Che permetta di fare come in America Latina. Perché oggi, nel fallimento del capitalismo, non c’è tempo da perdere, l’alternativa è tra socialismo o barbarie.
Il risultato delle elezioni greche segna una svolta nella situazione europea. Per la prima volta dopo la vittoria del neoliberismo, dopo gli anni ’80, una forza di sinistra, dichiaratamente antiliberista e anticapitalista, raggiunge una percentuale del 27%. Lo fa in nome di un’altra Europa, di una Europa democratica basata sui diritti sociali e civili, dove il rovesciamento delle attuali politiche europee non è finalizzato ad un nuovo nazionalismo ma ad una Europa dei popoli e dei lavoratori. Dopo tante chiacchiere sull’importanza dei partiti socialisti, il punto vero, sul piano politico, lo sta ponendo Syriza in Grecia, cioè l’anello più debole della catena. Ed il punto è semplice: visto il palese fallimento delle politiche recessive basate sulla distruzione del welfare e dei diritti dei lavoratori, è sufficiente oggi per uscire dalla crisi affiancare a queste politiche un po’ di investimenti come chiedono i socialisti? E’ del tutto evidente che la risposta è no, mille volte no. Non solo perché il Fiscal Compact condannerebbe l’Europa ad una recessione senza fine, ma perché la crisi – innescata dalla speculazione – ha le sue radici in una ingiusta distribuzione del reddito e nei meccanismi di fondo di funzionamento della globalizzazione e dell’Unione Europea. Se non si mette mano alle questione di fondo, semplicemente dalla crisi non si esce. Per questo la Grecia è importante, perché Syriza (che fa parte del Partito della Sinistra Europea come Rifondazione Comunista, il Front de Gauche, Izquierda Unida, la Linke) ha posto i nodi di fondo che l’Europa deve affrontare. Dicendosi indisponibile ad accettare il memorandum che sta demolendo l’economia greca, ha posto la questione centrale per il nostro futuro ed ha su questo raccolto il 27% dei consensi. Va anche sottolineato che Syriza è il primo partito in tutte le città e tra le persone con meno di 55 anni. Nuova Democrazia ha vinto grazie al voto dei contadini e dei centri rurali dove la crisi ha meno sconvolto i legami sociali e anche il tenore di vita. Dove i legami sociali e le clientele passate hanno continuato ad agire anche oggi. Il voto di Nuova Democrazia è quindi il rimasuglio di cosa c’era prima mentre il voto a Syriza è il voto sull’oggi, sulla nuova situazione determinatasi con la crisi. Quello che abbiamo davanti non è quindi un risultato definitivo ma solo la prima tappa di un percorso di cambiamento. Voglio sottolineare che il risultato di Syriza non era iscritto nella situazione oggettiva, non era un fatto dovuto. Fino a poco prima delle elezioni Syriza era data a percentuali attorno al 6-7% e la parte del leone nei sondaggi la faceva Sinistra Democratica, una formazione nata pochi anni fa da una scissione da destra di Syriza – su motivazioni del tutto analoghe a quelle della scissione che abbiamo subito come Rifondazione tre anni fa – che proponeva l’alleanza con il Pasok. Le elezioni hanno ribaltato questo risultato e poi Syriza è arrivata addirittura al 27%. Questo è stato possibile perché il suo gruppo dirigente, a partire da Alexis Tsipras, ha tenuto ferma la rotta, non ha accettato di andare al governo dopo le prime elezioni e ha riportato il paese alle elezioni. Syriza non ha avuto paura delle minacce. Syriza non ha avuto paura di mettere in gioco il suo 16% che aveva conquistato nelle prime elezioni: Syriza è andata fino in fondo come si confà ad un gruppo dirigente di rivoluzionari e non di quaquaraquà. Tanto di cappello a Syriza e al suo gruppo dirigente. Il messaggio che ci viene dalla Grecia è quindi un messaggio di speranza perché ci parla della possibilità di ricostruire una sinistra vera e di massa a partire dalla lotta alle politiche neoliberiste. Ci parla della possibilità di rovesciare le politiche europee. Sarebbe infatti sbagliato pensare che la vicenda greca sia chiusa con queste elezioni. Oggi, in virtù di una legge elettorale maggioritaria Nuova Democrazia può formare il governo ma non si tratta certo di una situazione stabilizzata. Tra qualche mese, quando sarà chiaro che la situazione è destinata a peggiorare, tutto si rimetterà in movimento. Anche perché la Merkel ha già pensato bene di spiegare a tutti che non farà sconti al governo greco. Come abbiamo visto nel caso spagnolo, questi delinquenti che governano l’Europa sono disponibili a mettere risorse (100 miliardi) per salvare le banche, ma non sono disponibili a permettere alla Bce di salvare gli stati, cioè i popoli. Le banche vengono salvate, le famiglie no. La situazione greca è quindi tutt’altro che stabilizzata e nei prossimi mesi Syriza è nelle condizioni di costruire – da sinistra – una opposizione sociale, politica e culturale alle politiche europee, ponendo le condizioni per un deciso cambio di marcia. In altre parole la Grecia ci dice che è possibile anche in Europa avviare un percorso come quello imboccato negli ultimi decenni dall’America Latina, in cui le politiche neoliberiste sono state sconfitte e con esse buona parte delle forze politiche che le proponevano. Il punto è di non lasciare isolata la sinistra greca. La Grecia da sola non può cambiare l’Europa, serve il contributo di tutti, a partire dal nostro. Per questo è necessario costruire anche negli altri paesi europei una sinistra antiliberista che abbia due caratteristiche fondamentali. In primo luogo di essere molto netta nelle posizioni contro le politiche di austerità europee. Non si tratta di fare qualche emendamento – come propongono il Pd e i partiti socialisti – ma di rovesciare radicalmente l’impostazione economica e sociale dei governi europei. Occorre demolire la speculazione, ridistribuire reddito, costruire un intervento pubblico in economia finalizzato alla riconversione ambientale e sociale dell’economia, ridurre l’orario di lavoro. Si tratta di costruire una sinistra che individuando chiaramente l’avversario da battere nella finanza e nelle multinazionali, riesca a raccogliere i disoccupati, i pensionati, i lavoratori e le lavoratrici, gli artigiani, i commercianti, i piccoli imprenditori. Si tratta cioè di fare una sinistra che individui chiaramente l’avversario nel 10% di ricchi e di potenti e operi per aggregare su una piattaforma anticapitalista il restante 90%. Come dicevamo a Genova: voi G8, noi 6 miliardi! Noi ci poniamo l’obiettivo di aggregare la maggioranza della popolazione. Per aggregare oggi la maggioranza della popolazione occorre non solo essere autonomi dal Pd ma occorre avere un progetto politico chiaramente alternativo al socialiberismo che caratterizza i partiti dell’Internazionale socialista. Occorre tradurre in un programma di governo, di alternativa, la nostra impostazione anticapitalista. In secondo luogo si tratta di fare una sinistra che superi i confini delle attuali organizzazioni politiche. Per questo penso che il nostro compito sia quello di costruire una Syriza italiana, di dar vita ad un processo di aggregazione paritario tra tutti coloro che ritengono necessario costruire questo polo di sinistra, autonomo dal Pd e dal centro sinistra. Oggi entrare in Rifondazione Comunista o nella Federazione della Sinistra è considerato un passo molto impegnativo, come scalare un muro. La maggioranza dei compagni e delle compagne di sinistra, che lavorano nei sindacati, nei comitati, nelle associazioni, non sono iscritti a nessun partito di sinistra. Occorre dar vita ad una aggregazione politica di tipo federato, partecipato, democratico, che permetta di coinvolgere le centinaia di migliaia di compagni e compagne che oggi non sono iscritti a nessun partito. Occorre abbattere il muro della separatezza tra chi è impegnato in un partito e chi no: noi non dobbiamo edificare un castello ma dobbiamo costruire un villaggio, uno spazio pubblico di sinistra che permetta la partecipazione e il protagonismo popolare. Che permetta di fare come in America Latina. Perché oggi, nel fallimento del capitalismo, non c’è tempo da perdere, l’alternativa è tra socialismo o barbarie.
domenica 10 luglio 2011
Salviamo il "Che"!
SALVIAMO IL CHE GUEVARA
Care compagne e cari compagni, care amiche e cari amici, è con grande fatica e pena che vi scrivo perché il Che Guevara di Roma rischia la chiusura definitiva. Dirigo questa storica sezione da diversi anni e, purtroppo, non siamo mai riusciti a sanare il debito che ci lasciarono i compagni del PCI al momento della “svolta” della Bolognina (non si pagava l’affitto già dall’88). Più volte abbiamo messo le mani ai nostri portafogli ma non siamo mai riusciti a chiudere la vicenda. Il 22 giugno u.s. ci è stato comunicato che avevamo 15 giorni di tempo per racimolare 16mila euro e riaprire la trattativa. Il Che Guevara in questi anni è cresciuto molto e ha avviato un sacco di attività e sarebbe davvero un peccato mortale perdere e disperdere questo patrimonio. La biblioteca popolare, i corsi gratuiti di italiano per stranieri (da quest’anno siamo la prima, e per ora unica, sezione di partito in cui si svolgono gli esami di italiano propedeutici al rilascio del permesso di soggiorno), il pane e la pasta a prezzi popolari, i corsi di formazione politica, le partite della Roma gratuite e su grande schermo, il mercatino dei libri usati scolastici, lo sportello casa e lo sportello legale, il laboratorio d’informatica; e poi, i dibattiti in sezione, l’incrollabile sostegno a Liberazione (tutti i venerdì e sabato a distribuirla nei mercati, oltre 20 abbonamenti regalati, la diffusione militante nelle manifestazioni), l’attività di propaganda presso le fabbriche di Santa Palomba (a 30 Km da noi, la Johnson & Johnson, la Fiorucci e la Procter & Gamble) e presso i mercati generali di Roma, la festa delle donne presso il Parco Maria Losaria Lopez, la festa antifascista presso Piazza Caduti della Montagnola, la festa di Liberazione (di 10 giorni) che organizziamo ogni due anni presso il Parco del Caravaggio, il nostro sito www.prcguevara.net (ricchissimo di materiali). Insomma veramente un patrimonio a disposizione del quartiere e non solo. Ed è per questo, per non perderlo, che lanciamo questa campagna straordinaria di sottoscrizione chiedendo a tutt* voi un contributo libero, in base alle vostre possibilità, versandolo sul nostro conto corrente bancario intestato a:
Partito della Rifondazione Comunista – Circolo Che Guevara
IBAN IT03K0306905102071842300198
causale: Salviamo il “Che”
Luca Fontana – Segretario circolo Che Guevara del PRC di Roma
http://www.prcguevara.net/
Care compagne e cari compagni, care amiche e cari amici, è con grande fatica e pena che vi scrivo perché il Che Guevara di Roma rischia la chiusura definitiva. Dirigo questa storica sezione da diversi anni e, purtroppo, non siamo mai riusciti a sanare il debito che ci lasciarono i compagni del PCI al momento della “svolta” della Bolognina (non si pagava l’affitto già dall’88). Più volte abbiamo messo le mani ai nostri portafogli ma non siamo mai riusciti a chiudere la vicenda. Il 22 giugno u.s. ci è stato comunicato che avevamo 15 giorni di tempo per racimolare 16mila euro e riaprire la trattativa. Il Che Guevara in questi anni è cresciuto molto e ha avviato un sacco di attività e sarebbe davvero un peccato mortale perdere e disperdere questo patrimonio. La biblioteca popolare, i corsi gratuiti di italiano per stranieri (da quest’anno siamo la prima, e per ora unica, sezione di partito in cui si svolgono gli esami di italiano propedeutici al rilascio del permesso di soggiorno), il pane e la pasta a prezzi popolari, i corsi di formazione politica, le partite della Roma gratuite e su grande schermo, il mercatino dei libri usati scolastici, lo sportello casa e lo sportello legale, il laboratorio d’informatica; e poi, i dibattiti in sezione, l’incrollabile sostegno a Liberazione (tutti i venerdì e sabato a distribuirla nei mercati, oltre 20 abbonamenti regalati, la diffusione militante nelle manifestazioni), l’attività di propaganda presso le fabbriche di Santa Palomba (a 30 Km da noi, la Johnson & Johnson, la Fiorucci e la Procter & Gamble) e presso i mercati generali di Roma, la festa delle donne presso il Parco Maria Losaria Lopez, la festa antifascista presso Piazza Caduti della Montagnola, la festa di Liberazione (di 10 giorni) che organizziamo ogni due anni presso il Parco del Caravaggio, il nostro sito www.prcguevara.net (ricchissimo di materiali). Insomma veramente un patrimonio a disposizione del quartiere e non solo. Ed è per questo, per non perderlo, che lanciamo questa campagna straordinaria di sottoscrizione chiedendo a tutt* voi un contributo libero, in base alle vostre possibilità, versandolo sul nostro conto corrente bancario intestato a:
Partito della Rifondazione Comunista – Circolo Che Guevara
IBAN IT03K0306905102071842300198
causale: Salviamo il “Che”
Luca Fontana – Segretario circolo Che Guevara del PRC di Roma
http://www.prcguevara.net/
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