martedì 17 novembre 2009

Rifondazione: in piazza contro la privatizzazione dell'acqua

Comunicato Stampa di Rifondazione Comunista:
Ferrero: "Saremo in piazza contro la privatizzazione dell'acqua"

Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc-Se.

"Il governo Berlusconi, sordo come era facile prevedere alle migliaia di proteste dei cittadini e della società civile arrivate in queste settimane contro il ddl Ronchi, che di fatto privatizza le acque pubbliche italiane, ha posto la questione di fiducia al Senato, blindando il decreto. Come Rifondazione comunista abbiamo aderito con convinzione all'appello lanciato dal Forum italliano dei movimenti per l'acqua che ha chiesto al Parlamento italiano di ritirare il decreto legge 135, decreto con il quale si privatizza l'acqua in tutt'Italia.

La difesa dell'acqua come bene comune è stata una delle battaglie caratterizzanti la storia di Rifondazione comunista. La scelta del Senato di privatizzare l'acqua oltre ad essere sbagliata e pericolosa in quanto fa diventare un bene essenziale e comune a tutti i cittadini un privilegio e profitto per pochi, è anche in controtendenza verso scelte che altri Paesi che precedentemente avevano optato per la strada della privatizzazione dell'acqua, che oggi sono tornati sui propri passi e che stanno ripubblicizzando i servizi idrici.

Rifondazione comunista è stata e sarà presente in tutte le mobilitazioni in difesa dell'acqua pubblica e chiederà a tutti i propri eletti negli enti locali di impegnarsi a sostenere la difesa dell'acqua come bene comune e bene pubblico. Il Prc, infine, s'impegna a far diventare il tema dell'acqua pubblica uno dei temi forti della manifestazione del prossimo 5 dicembre, il No Berlusconi Day".

Per approfondimenti: http://www.acquabenecomune.org/

mercoledì 11 novembre 2009

Bande paramilitari contro i lavoratori

Da "Il Manifesto" dell'11 novembre 2009

Prove tecniche di fascismo. Non tanto ideologico quanto padronale. Ma anche gli squadristi non sono più quelli di una volta, e quindi un padrone – in questo caso Samuele Landi, ex amministratore delegato di Eutelia – è costretto ad affittarli da una delle tante agenzie private che gestiscono la «sicurezza».
Ieri mattina, alle 5 e un quarto, una quindicina di bodyguard in assetto «teste di cuoio» (divisa nera, passamontagna, piedi di porco e maxitorce bi-uso in mano) sono penetrati all’interno dello stabilimento romano, sulla via Tiburtina. All’interno dormivano una ventina di lavoratori che presidiano da giorni – qui come in tutta Italia – gli impianti del gruppo. Un’irruzione pianificata in modo militare >>> leggi tutto

martedì 10 novembre 2009

"Nuvole": venti anni dopo

In questi giorni il mondo celebra il ventennale della caduta del muro di Berlino. La rivista Nuvole ha deciso di occuparsene, non tanto per celebrare quanto per aprire degli interrogativi. Stabilire se gli sviluppi di questi vent’anni abbiano comportato più effetti positivi o negativi non è cosa facile.

L’Europa dell’est ha abbandonato il socialismo reale e la grande opportunità che questo evento offriva per costruire un mondo migliore non è stata colta.

http://www.nuvole.it/

martedì 3 novembre 2009

Il Manifesto: Una sinistra, un non partito

Dal sito de Il Manifesto, un articolo di Paolo Cacciari

Basta un messaggio anonimo lanciato sulla rete per far scattare una mobilitazione generale antiberlusconi. Lo scorso tre ottobre Roma è stata invasa da un «nuovo soggetto politico» (i migranti) autogestito. Piccole iniziative, come quelle lanciate dal settimanale Carta per un «clandestino day», rimbalzano in centinaia di piazze. Grandi iniziative, come le primarie del Pd, conquistano milioni di persone, oltre gli stessi aderenti a quel partito. Per non parlare della resistenza dei metalmeccanici che dentro le fabbriche è tutt’altro che residuale. Potrei aggiungere le conferenze in giro per l’Italia di (relativamente) nuove personalità del mondo della cultura e del giornalismo che diventano attrazioni di massa (penso a Travaglio, o a Latouche, o a Francuccio Gesualdi). Penso alla mobilitazione che sta crescendo in vista di Coopenaghen.
Penso, insomma, che appena sotto la crosta del sistema ufficiale di rappresentazione della società, vi sia un fervore di ricerche di forme dello stare assieme che fuoriescono dalle relazioni sociali che impone il mercato. Chi, guardando sondaggi demoscopici, afferma che ormai si sarebbe compiuta una mutazione antropologica tale per cui non ci sarebbe più nulla da fare (il capitalismo sarebbe riuscito a plasmare gli individui alla dimensione unica di produttori/consumatori, a tal punto da averli indotti ad una schiavitù consensuale), fa un errore di registro logico: il parametro di riferimento non possono più essere le elezioni. Queste infatti, sono un gioco truccato, uno specchio che deforma la realtà, non sono la sacra rappresentazione del volere popolare, come ci insegnavano i modelli ideali liberaldemocratici. Le elezioni, in questo sistema politico-economico, hanno cambiato segno: da indice di concretizzazione della democrazia (se mai lo sono state per davvero) sono divenute il più pesante e volgare sistema di manipolazione della «pubblica opinione». E non si tratta solo di proporzionalismo saltato, né del costo astronomico di un voto (e di un rappresentante eletto) nel mercato della politica, dominato dagli strumenti di comunicazione di massa e dell’inevitabile, conseguente leaderismo nella spettacolarizzazione del potere. In realtà tutti questi sono trucchi grossolani e infantili per prolungare artificialmente la vita a un sistema politico-istituzionale la cui missione non è di formare una volontà popolare sovrana, ma di assecondare e trasmettere ordini di lobby, élite, cosmocrati che rappresentano una casta che consiste nell’1% del 20% della popolazione globale ma detiene la totalità della ricchezza globale privata accumulata.
La gente lo sa e ne prende atto: dalle elezioni è inutile pensare che possa uscire di più di quel che possono dare nell’immediato. Per cui è possibile votare indifferentemente e contemporaneamente per il meno peggio, astenersi, testimoniare un’alterità, premiare il partito che meglio tutela il mio territorio o il mio lavoro, dare fiducia al candidato più simpatico o a quello che credo di conoscere meglio… Ciò non significa che le ragioni del conflitto sociale (sale della democrazia) siano espunte. Né che siano andati perduti le volontà di cambiamento e i desideri di giustizia sociale, inclusione, partecipazione.
Se vogliamo rigenerare un soggetto politico che abbia nell’equità e nella sostenibilità ambientale (come scrive sul manifesto Alberto Asor Rosa) i suoi capisaldi e che voglia anche riattraversare le istituzioni, «laicamente», allora esso dovrà essere prima di tutto «non elettorale», o meglio non esclusivamente né prevalentemente elettorale. Cioè, non un apparato parastatale, ma un «non-partito», nel senso (vedi Flores d’Arcais, sempre sul manifesto di mercoledì) di capace di non vivere di se stesso nel sistema chiuso, autoreferenziale della partitocrazia. Decisive, quindi, sono le forme dalla politica che si praticano, le modalità d’essere che predeterminano gli stessi risultati.
Tempo fa Paul Ginsburg (il manifesto del 3 luglio) diceva che c’erano due possibilità per la ricostruzione di una sinistra politica: una richiede «un lungo lavoro territoriale, scrivere decaloghi di interventi programmatici e di comportamento individuale. Bisogna capire che un nuovo soggetto politico, radicalmente diverso dal passato, ha necessità di tempo per crescere e radicarsi prima di dare frutti (…) accompagnare il lavoro sociale con una costante attenzione all’elaborazione teorica». L’altra scelta è «diametralmente opposta e si basa sull’ammissione che l’attuale sinistra italiana è semplicemente incapace di inventarsi qualcosa di nuovo».
Gruppi e associazioni sparpagliate per il paese, cantieri sociali e officine delle idee nati dentro le pratiche di confitto e portatori di forme di democrazia partecipata, stanno lavorando da tempo per tentare di mettersi in relazione, intrecciare le esperienze, coordinare le proprie agende politiche, sperimentare forme di reciproco ascolto e aiuto. Penso alle molte esperienze di reti e connessioni, di campagne comuni e di mutuo soccorso, di reti territoriali e di vertenze sindacali. È possibile ripartire da qui? «Dalla parte dei senza parte», come ricorda Pezzella, cioè dagli interessi degli «irrapresentabili» nel teatrino della politica istituzionalizzata. Da sotto, dal basso e «da sinistra», se per sinistra intendiamo una forte affezione a un quadro di valori etici e sensibilità sociali. Ritrovare ragioni di stare assieme senza disciplina alcuna che non sia il metodo del consenso. Senza voler produrre identità escludenti. Senza voler imporre alcuna gerarchia predeterminata tra le soggettività, le culture politiche, le idealità e le teorie che muovono individui e movimenti.
A Firenze il 21 e il 22 novembre, si ritroverà un buon numero di associazioni, circoli, gruppi che nel loro piccolo praticano iniziative unitarie di resistenza, di solidarietà civile, di autogestione e che hanno voglia di conoscersi. Per il momento è nata una rete@sinistra. A loro il compito di esplorare un cammino nuovo, anche e principalmente nei modi e nelle forme del fare politica.